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  J.P. SARTRE (1905-1980)

      1. L’essere e il nulla (1943): punti di attenzione

·        Sartre è considerato il più significativo esponente dell’esistenzialismo novecentesco. L’esistenzialismo, corrente filosofica novecentesca che, secondo alcuni, ha come precursore Kierkegaard, parte dall’assunto fondamentale che la filosofia deve occuparsi delle domande fondamentali: che cosa vuol dire esistere? Qual è il significato dell’esistenza dell’uomo? A queste domande Sartre, nell’opera L’essere e il nulla, dà, in sintesi, le seguenti risposte: l’esistenza è il modo d’essere proprio dell’uomo e precede l’essenza, nel senso che l’uomo non ha un’essenza che gli sia assegnata da sempre e per sempre, ma diventa ciò che sceglie di diventare, cioè è sempre posto di fronte al compito di decidere ciò che sarà (cfr. le riflessioni sull’esistenza di Heidegger in Essere e tempo); esistere, inoltre, significa essere sempre oltre se stessi, cioè non essere mai ciò che si è, essere sempre desiderio, mancanza e progetto sempre aperto, non essere mai cose; l’esistenza è assurda, cioè è un progetto destinato al fallimento, in quanto nessun desiderio dell’uomo può trovare reale appagamento.

·        Il piano dell’essere è duplice: da una parte vi è l’essere in sé, cioè le cose, che sono semplicemente ciò che sono, identiche a sé, inerti, opache; dall’altra vi è l’essere per sé, cioè la coscienza dell’uomo, che si oppone all’essere in sé, cioè alle cose, in quanto scorge sempre in esse una lacuna, una manchevolezza, un vuoto che in realtà non esiste. La coscienza dell’uomo non è semplice identità con sé, non è quieta inerzia, l’uomo è sempre diverso da sé, in quanto vive nel tempo, per cui non è più ciò che era e non è ancora ciò che sarà, e in quanto è manchevolezza, bisogno, desiderio perenne: essa non è mai come vorrebbe essere, per cui desidera sempre essere ciò che non è, e desidera questo desiderio, cioè teme la possibilità di finire per essere una cosa fra le cose, che è semplicemente ciò che è.

·        La coscienza introduce nel mondo il nulla, proprio perché ai suoi occhi le cose non sono ciò che dovrebbero essere; ma questa mancanza non ha alcun corrispettivo reale sul piano dell’essere in sé, poiché in esso le cose sono semplicemente ciò che sono, non carenti, non incomplete, non imperfette, ma solo cose, senza alcun significato intrinseco (cfr. Nietzsche). Dunque ciò che la coscienza scorge nelle cose, la mancanza, in realtà non esiste, è un nulla. In questo senso è la coscienza ad introdurre nel mondo il nulla e ad assegnare alle cose un significato che esse, di per se stesse, non hanno.

·        La coscienza è costitutivamente libera, cioè non può non essere libera, dato che non è semplicemente una cosa, ma è un tendere costante, un desiderio che non si può estinguere. L’uomo è condannato ad essere libero, e quindi sempre anche responsabile di tutto ciò che fa e sceglie. In qualunque situazione si trovi, non può dire che gli è piombata addosso senza che egli la volesse; se, per esempio, si trova a combattere in una guerra e ad uccidere, non può giustificarsi sostenendo di non aver scelto tale guerra: egli avrebbe infatti potuto scegliere di sfuggire alla guerra, disertando o suicidandosi. L’atteggiamento di chi si vuole a buon mercato sgravare delle proprie responsabilità è propriamente l’ipocrisia.

·        Se l’uomo non può ritrovare se stesso fra le cose, in quanto non è una cosa (le cose sono semplicemente ciò che sono, l’uomo invece non è ciò che è, cioè non è mai identico a sé), non può neppure ritrovarsi nell’altro uomo. L’altro, infatti, mi è nemico, in quanto con la sua libertà, i suoi desideri ed i suoi progetti minaccia la mia libertà. La libertà è ciò che ciascuno sente come possesso più intimo: noi siamo la nostra libertà e non possiamo tollerare che questa venga minacciata. L’altro si rivela nemico proprio in quanto tende a limitare la mia libertà, facendo di me uno strumento dei suoi progetti e desideri, cioè progettando di ridurmi a cosa. Prova di ciò è la situazione in cui mi trovo quando vengo guardato dall’altro: lo sguardo dell’altro, se non è fuggevole od occasionale, mi mette in imbarazzo e mi fa provare vergogna. Imbarazzo e vergogna sono situazioni emotive che segnalano che mi sento debole e minacciato nella mia libertà dall’altro che, guardandomi, mi cattura dentro il suo progetto e desiderio. Questo è il significato del mito della Medusa, essere mitologico che pietrificava coloro che incontravano il suo sguardo: lo sguardo dell’altro mi pietrifica, cioè mi riduce a cosa, e questa è per me la minaccia più terribile. In questo senso, per citare la celebre frase del dramma a porte chiuse, l’inferno sono gli altri.  

·        Sartre non crede dunque nella possibilità dell’amore inteso come donazione di sé agli altri: quando amo, ne sia o meno cosciente, progetto di catturare la libertà dell’altro dentro la mia libertà. Non posso invece progettare il contrario, perché la possibilità che la mia libertà sia limitata mi fa orrore. L’amore è dunque, ne siano consapevoli o meno gli uomini, un reciproco inganno. Da questo punto di vista l’odio non è l’antitesi dell’amore, ma è la manifestazione del progetto di annullare l’altro come altro. L’uomo è l’essere che progetta di essere Dio, cioè libertà assoluta che ha in sé una pienezza di senso e di fondamento: egli desidera di poter disporre illimitatamente degli altri e delle cose, ma è destinato a fallire in questo progetto.

·        Non solo l’uomo non può diventare Dio, ma non esiste neppure alcun Dio trascendente e, se Dio non esiste, non esistono valori assoluti, non esiste alcun punto di riferimento assoluto, tutto è consegnato alla libertà dell’uomo, che sceglie il senso del proprio agire e del proprio essere.

·        L’uomo non è ciò che è, cioè è costante tensione, desiderio inappagabile, in quanto vorrebbe essere ciò che non è e vorrebbe che le cose non fossero ciò che sono, e quindi ha in sé il nulla e lo introduce nel mondo; non può trovare un autentico significato del proprio esistere né nelle cose, che sente a lui estranee, né negli altri uomini, che sente a lui ostili. Il bilancio di tutto ciò è che l’esistenza non ha alcun senso: l’esistenza del grande uomo (Napoleone) non ha più significato di quella di un barbone, in quanto entrambe le esistenze sono destinate allo scacco, al fallimento, cioè a non realizzare le aspirazioni e a non spegnere i bisogni di cui sono costituite. Anzi, in un certo senso si può affermare che l’esistenza del barbone ha qualcosa in più rispetto a quella del grande uomo, e precisamente la consapevolezza dell’assurdità dell’esistere. L’uomo è quindi passione inutile.

·        Di fronte a questo bilancio desolante non resta che cercare di sfuggire in qualche modo al sentimento opprimente dell’assurdità dell’esistere; ciò è possibile attraverso l’ipocrisia di chi si sente appagato di ciò che ha ed è, attraverso il suicidio ed attraverso l’evasione nell’immaginario consentita dall’arte. Questa terza via di fuga è quella che Sartre afferma e pratica.

2. L’esistenzialismo è un umanismo (1946): punti di attenzione.

·        L’esperienza della seconda guerra mondiale, che Sartre vive collaborando con la resistenza antinazista, determina un mutamento di questo scenario di pensiero. Nell’opera L’esistenzialismo è un umanismo egli sostiene infatti che è possibile un rapporto autentico con gli altri, che non sia minaccia della propria e dell’altrui libertà. Questo accade se mi rendo conto che la libertà ha condizioni materiali ben precise: non si può essere liberi se si è oppressi dal bisogno materiale. Operare per liberare gli altri dal bisogno materiale e dall’oppressione economica e politica significa operare in favore della loro libertà.

·        Queste riflessioni inducono Sartre ad avvicinarsi al marxismo, da lui concepito come l’unica prospettiva teorica che permetta di comprendere cosa significhi veramente liberare l’uomo, identificando le radici economiche della sua oppressi one.

·        L’esistenzialismo, dunque, non considera più l’uomo come passione inutile, ma vuole raccogliere la lezione del marxismo ed essere impegno militante per la liberazione dell’uomo, quindi autentico umanismo.

·        All’opera sartriana risponde polemicamente Heidegger con la sua Lettera sull’umanismo (1947), nella quale egli interpreta questa prospettiva filosofica come espressione di quella centralità dell’uomo che si accompagna alla perdita del senso dell’essere e costituisce l’estrema povertà del tempo presente.

Massimo Dei Cas
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